"La situazione è ancora più dura di quanto mi aspettassi, anche se i colleghi mi avevano preparata. Ma non si è mai pronti. Non lo si è mai abbastanza nel vedere tanta umanità ridotta a vivere in condizioni così terribili."

Laura Iucci

Il mio viaggio
IN BURUNDI

Volti, voci, odori, esperienze ed emozioni.

Salvare vite umane resta la cosa più bella che esista. 

Sono partita per il Burundi domenica sera e mi sembra già passato un tempo infinito da quando ho chiuso il portone di casa. Una sensazione strana, ma frequente quando si va in missione con l’UNHCR.
Qui il tempo si ferma, tutto resta sospeso, le distanze sono enormi e le giornate sono intense.

Faccio questo lavoro da tanti anni e ho visto tante operazioni di UNHCR, eppure non smetto mai di emozionarmi, di commuovermi, di sentire dentro un senso profondo di ingiustizia che mi esplode nello stomaco e che, ogni volta, mi ricorda perché sono qui, perché continuo ad amare il mio lavoro: salvare vite umane resta la cosa più bella che esista.
 
Oggi abbiamo viaggiato per sei lunghe ore su strade sconnesse per raggiungere un grande sito di rifugiati che si chiama Musenyi. Ospita oltre 22.000 rifugiati congolesi in fuga dal conflitto, la metà sono bambini. Appena arrivata, decine di loro mi sono corsi incontro, festosi. Mi sono fermata a giocare, poi ho chiesto se andassero a scuola. Pochissimi possono farlo.

Solo un bambino su quattro può andare a scuola in questo posto.

Le condizioni sono durissime, molte famiglie vivono in tende ormai consumate dal sole e dalla pioggia. Non abbiamo abbastanza risorse per sostituirle. Non ne abbiamo abbastanza per mandare i bambini a scuola. Non ne abbiamo abbastanza per garantire cure mediche a tutti.
Intorno a me c’erano persone con disabilità, malate, donne incinte, bambini visibilmente malnutriti. Sentire i colleghi dire “non abbiamo più abbastanza per tutti” mi ha devastata.

Ho parlato con donne che hanno subito violenze mentre fuggivano dalla Repubblica Democratica del Congo. Non mi guardavano negli occhi mentre raccontavano, come se si sentissero in colpa per quello che avevano subito. E poi mi mostravano con orgoglio i loro bambini e le loro tende, provando a ricostruire una normalità lontano da casa.

Ho incontrato un bambino che ci ha detto che vuole diventare elettricista per “mettere la luce in tutto il sito perché la vita di tutti sarebbe diversa se ci fosse la luce”. L’ho trovato un pensiero bellissimo.

Laura Iucci
Responsabile Raccolta Fondi UNHCR in Italia

Il servizio sostenitori è a tua disposizione per qualsiasi informazione o richiesta:
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Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati
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Prima tappa: l'arrivo in Burundi

Terza tappa: alla frontiera con la Tanzania

Ultima tappa: il centro di transito di Cishemere

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E' proprio vero: al peggio non c’è mai fine.

Oggi abbiamo passato la giornata nel campo di Busuma. Non credo di aver mai visto, in questa vita, una situazione peggiore.

Qui vivono più di 66mila rifugiati congolesi arrivati con l’ultima ondata di emergenza dalla Repubblica Democratica del Congo. Il Governo del Burundi ha messo a disposizione un terreno collinare che fino a poche settimane fa era vuoto.

I colleghi dell’UNHCR in Burundi hanno fatto un lavoro straordinario per creare in pochissimo tempo un sito per accogliere tutte queste persone. Ma qui si vedono più che mai gli effetti devastanti dei tagli ai fondi umanitari.

Immagina una città grande come Viterbo costruita in poche settimane per accogliere persone in fuga. Anche qui oltre la metà sono bambini: circa 40mila tra bambini e adolescenti. Molti sono soli. Sono fuggiti e hanno perso i genitori durante la fuga.

Siamo riusciti a costruire alcuni centri collettivi, ma sono sovraffollati. Abbiamo distribuito tende e alcune Refugee Housing Unit, ma la metà delle persone vive ancora in rifugi di fortuna.
Abbiamo scavato pozzi, costruito centri di salute e latrine. Ma non basta. Non basta l’acqua. Il cibo scarseggia. Il rischio di epidemie è altissimo. Solo da poco siamo riusciti a contenere un focolaio di colera.

La situazione è ancora più dura di quanto mi aspettassi, anche se i colleghi mi avevano preparata. Non si è mai pronti, non lo si è mai abbastanza nel vedere tanta umanità ridotta a vivere in condizioni così terribili.

Eppure anche qui i bambini ci sono corsi incontro cantando. Ci hanno seguito tutto il giorno, ci hanno chiesto di ballare con loro. Le mamme ci hanno abbracciato e ringraziato per quello che stiamo facendo.

I colleghi sperano che questo viaggio serva a raccogliere le risorse per continuare a salvare vite umane. Ho raccontato di persone come te. Gli ho detto che tutto quello che siamo riusciti a fare qui non sarebbe stato possibile senza chi ha scelto di non voltarsi dall’altra parte.

Ho parlato con tante donne. Una mi ha detto che in Congo era un’insegnante. Sa quanto la scuola sia fondamentale. Non poter insegnare più e non poter mandare a scuola i suoi sei figli è la cosa che le fa più male. Più della fame. Più della mancanza di latrine.


Mi colpisce sempre come, anche nelle situazioni più dure, le persone riescano a guardare al futuro dei loro figli.
Quel futuro, se lo vorremo, potremo costruirlo insieme.


Grazie di cuore per esserci.
Laura

Oggi è stata una giornata incredibile, una di quelle che difficilmente dimenticherò.

Siamo partiti presto per raggiungere la frontiera con la Tanzania. Era previsto l’arrivo di 4.200 persone che, dopo dieci lunghi anni lontani dal Burundi – da dove erano fuggite nel 2015 a causa delle tensioni politiche – potevano finalmente fare ritorno a casa.

Non riesco a immaginare cosa significhi vivere così a lungo lontano dalla propria terra. Eppure questa è la realtà per milioni di persone nel mondo.

In oltre vent’anni di lavoro ho incontrato moltissimi rifugiati e tutti, indistintamente, hanno sempre espresso un solo desiderio: poter tornare nel proprio paese. Non sempre è possibile. Non sempre esistono le condizioni di sicurezza per farlo. Ma quando accade, è qualcosa di profondamente bello. Per noi dell’UNHCR è la soluzione più giusta, la più completa: il ritorno volontario in sicurezza e dignità.

Alla frontiera li abbiamo attesi insieme ai rappresentanti del Governo del Burundi, che li hanno accolti con una grande bandiera. Sono arrivati decine di autobus, accompagnati dai colleghi dell’UNHCR in Tanzania, pieni di donne, bambini, persone anziane. Alcuni erano partiti giovani; tornano oggi con figli nati in esilio.

Sono salita sul bus numero due e ho percorso con loro l’ultimo tratto di strada fino al Centro di Transito di Nyabitare.

Lì i colleghi dell’UNHCR Burundi gestiscono le registrazioni, un momento fondamentale del nostro lavoro. È il momento in cui identifichiamo le persone al rientro, individuiamo eventuali vulnerabilità e, insieme alle autorità nazionali, registriamo ciò che è accaduto durante questi dieci anni lontano da casa: matrimoni, nascite, cambiamenti familiari. Ogni dettaglio è importante per garantire il pieno riconoscimento legale della loro vita una volta rientrati nel Paese.

Sono stati accolti con musica e applausi, ma anche con un pasto caldo. Abbiamo distribuito materassi perché passeranno una o due notti nel centro prima di raggiungere le località dove hanno scelto di ricominciare. C’è una piccola infermeria dove il medico visita chi ha bisogno di cure. Viene inoltre fornita un’assistenza finanziaria di 200 dollari a ogni capo famiglia, un piccolo contributo per aiutare ciascuno a ripartire.

Mentre li guardavo scendere dagli autobus ho pensato che tornare a casa non è solo attraversare una frontiera. È riattraversare la propria storia. È riprendersi il diritto di appartenere a un luogo. È poter dire di nuovo: questa è la mia terra.

Ho conosciuto una donna e i suoi tre bambini nati in Tanzania. Mi ha detto che era felice che i suoi bambini potessero finalmente conoscere il loro paese e ritrovare le loro origini.

Cosa porto con me da questa giornata intensa? La gioia profonda di vedere che, quando le condizioni lo permettono, le persone possono tornare a vivere la propria vita, ritrovare radici e affetti. L’orgoglio per l’efficienza e la dedizione dei colleghi dell’UNHCR Burundi, capaci di gestire arrivi così numerosi con professionalità e umanità.

Ho pensato alle persone incontrate a Busuma e ho sperato che un giorno possa accadere anche a loro.

Ho pensato a te e a tutte le persone che ci danno fiducia e riconoscono l’importanza del nostro lavoro: non solo nel salvare vite nei contesti di emergenza, ma anche nel costruire soluzioni durature per chi fugge da guerre e violenze.

Sono fiera di noi. E auguro il meglio a tutte le persone che oggi hanno ritrovato la loro terra.

Grazie e ancora grazie,

Laura

La mia ultima tappa è il centro di transito di Cishemere, il primo porto sicuro dove le persone che attraversano la frontiera tra la Repubblica Democratica del Congo e il Burundi vengono portate dagli autobus dopo aver attraversato il confine.
La parola “transito” suggerisce un passaggio breve. In realtà, la gran parte delle oltre tremila persone che oggi occupano il centro - che avrebbe una capienza massima di 800 persone - è arrivata lo scorso dicembre e non ne è più uscita.

Le persone non possono andarsene liberamente. Aspettano di essere trasferite.
Dove? A Busuma forse dove già 66mila persone vivono in un sito che, in teoria, dovrebbe accoglierne al massimo 10mila?

La verità è che, oggi, dal centro di Cishemere non è facile andare via e trovare una soluzione migliore. La vorremmo, una soluzione migliore. La vorremmo moltissimo.
Ma la carenza di fondi non ci consente di fare altro che provare a farli sopravvivere.

Ho incontrato persone incredibili.

Justine è fuggita dalla Repubblica Democratica del Congo al nono mese di gravidanza, dopo aver visto le milizie armate uccidere la sua vicina, anche lei incinta. È scappata con i suoi figli – sei in tutto, due dei quali gemelli – insieme al marito. Di suo marito e di uno dei figli, però, non ha più notizie da dicembre: si sono persi durante la fuga. Lei teme che non ci siano più.
Dopo quattro giorni di cammino, ha partorito da sola alla frontiera. Me lo ha raccontato sorridendo, guardando innamorata la sua bambina. Non ho potuto fare a meno di abbracciarla.

Poi ho incontrato un’altra donna che non dimenticherò facilmente. Sotto il sole cocente, portava in spalla suo marito, che non può camminare né parlare. Non le ho chiesto il perché. Ho solo sorriso, pensando a quanto amore gli esseri umani siano capaci di esprimere. Mi ha raccontato di averlo spinto sulla sedia a rotelle per quattro giorni fino alla frontiera.

Potrei continuare a lungo l’elenco di incontri che mi hanno devastata e scaldato il cuore allo stesso tempo. È una sensazione che provo spesso in missione: esporsi a tanta disperazione, mescolata a tanta umanità.

Qui non hanno cibo. Non hanno medicine. Non hanno materassi. La gente dorme ammassata per terra. Eppure, alla mia domanda “di cosa avreste più urgente bisogno?”, tutti – nessuno escluso – mi hanno risposto: la pace. Mi hanno parlato di pace prima ancora che di cibo, di medicine, di materassi.

Non ho potuto fare promesse sulla pace. Ma ho promesso che vi avrei parlato di loro.
E ho promesso che li avremmo aiutati.

Ti ringrazio per avermi seguita in questo viaggio. Mi hai fatto compagnia. Mi hai dato la possibilità di fermare questi ricordi scrivendoli.

Ti ringrazio anche per quello che potrai fare per aiutare queste persone. Non te l’ho mai chiesto apertamente. Oggi lo faccio.

Se vorrai, oltre al tuo contributo personale, potrai aiutarci anche coinvolgendo altre persone della tua vita: amici, familiari, colleghi. A volte basta condividere una storia, far sapere cosa sta accadendo, perché qualcuno scelga di fare la sua parte. Ogni voce in più può trasformarsi in un gesto concreto.

Se nella tua rete conosci aziende o realtà che potrebbero sostenere questo intervento, mettici in contatto con loro. Sarà un aiuto prezioso.

Ti prego: questo è il momento. Aiutami a mantenere la promessa.

Aiutiamo il Burundi ad accogliere i congolesi in fuga e a reintegrare i suoi cittadini che possono finalmente tornare a casa.
 
Grazie, di cuore,
Laura

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